Viaggiatori al colle del Moncenisio (in Work)


 Racconti di viaggio

Uno dei racconti più interessanti dell'attraversamento del Colle del Moncenisio è contenuto nel diario di viaggio di Michele de Montaigne giunto in Italia nel 1580-1581.

Per rientrare in Francia Montaigne scelse la via di Vercelli, Torino e la val di Susa fino a Novalesa.
“Locai lì otto marroni, i quali mi portassero in sedia fino al Mon Senis e poi al calar di l'altra mi ramassassero”. Era consuetudine attraversare il Monceniso con i marroni cioè i portatori di ramassa, il traino utilizzato per la discesa. Il trasporto non risultò né particolarmente oneroso né pericoloso se Montaigne scrisse sul suo diario nuovamente in lingua francese : “passai il colle del Moncenisio parte a cavallo e parte su una sedia portata da quattro uomini che si davano il cambio. Essi mi reggevano sulle spalle. La salita è di due ore, sassosa e malcomoda per i cavalli che non vi sono avvezzi, ma per il resto senza rischi e difficoltà. La discesa è di una lega , ripida e dirupata; giù da questa mi feci ramassare dai miei stessi marroni(...). E' un divertimento piacevole, senza nessun pericolo e senza gran rischio”. 
Era il mese di novembre ed il passo era coperto di neve. Attraversate le Alpi ora il pensiero era di tornare rapidamente alla propria dimora : dopo diciassette mesi e otto giorni di viaggio Montaigne, l'ultimo giorno di novembre del 1581, rientrava nell'omonimo castello.

Il colle del Moncenisio era percorribile per buona parte dell'anno, in tranquillità durante l'estate quando la montagna era frequentata per gli alpeggi, pochissimo in primavera quando era alto il pericolo delle valanghe e degli smottamenti. In autunno occorreva prestare cautela ed in inverno era necessario  affrontare il cammino con l'utilizzo di ciaspole e ramponi. Le cattive condizioni delle strade imponevano viaggi lenti a cavallo o sui  muli, in carro, in lettiga con il bagaglio al seguito, in “ramassa” cioè con le particolari slitte  utilizzate per la discesa.
Le dame andavano a cavallo in pianura e sulle strade più agevoli, in lettiga o carrette dove la via risultava più faticosa. Le lettighe, spesso dipinte all'esterno con gli stemmi e le cifre del Casato, erano imbottite all'interno con cuoio, panni, drappi ricamati e morbidi cuscini che attutivano le asperità del cammino.
 
Nel diario di viaggio di un anonimo pellegrino che nel 1477 si recava da Firenze a Santiago di Compostela, si annota che al villaggio di Ferrera (oggi Ferrera Moncenisio) là dove iniziava  la vera e propria mulattiera che saliva al passo, esistevano “parecchie osterie”.
Gli alloggiamenti nelle locande erano molto spartani: il pavimento era quasi sempre cosparso di fieno, foglie secche o paglia a seconda della stagione così come gli stessi giacigli. I materassi di lana erano una rarità.
Nonostante i rischi e le difficoltà abbiamo testimonianza del passaggio sul colle di molte donne.
Nell'inverno del 1077 vi transitò Berta di Savoia moglie dell'imperatore Enrico IV per raggiungere Canossa. Per affrontare la discesa sul versante italiano l'imperatrice e le sue dame furono avvolte in pelli ancora calde di buoi appena scuoiati.

Documentato il passaggio di Margherita di Savoia nell'ottobre del 1440 per raggiungere Ginevra dove risiedeva la corte sabauda di suo padre Amedeo VIII. Alla Ferrera la comitiva fece scorta di candele di sego da tenere accese durante la notte probabilmente per paura di furti. Per la discesa verso la Maurienne i 28 servitori furono rimpiazzati da 46 marrons adibiti, oltre al trasporto della lettiga e di una parte del bagaglio, anche a quello di una culla, di una gabbia di uccelli, a tenere a freno i cavalli ed impedire spiacevoli imprevisti.

Si ha notizia del transito a Ferrera Moncenisio anche di Jolanda di Savoia  nel febbraio del 1476. La duchessa viaggiava con i cinque figli minori e ventitré  dame del seguito con relative cameriere.
Per proteggere soprattutto i principini in tenera età e le dame furono confezionati grandi cappucci di panno nero foderati di velluto e doppio strato di pelliccia dal collo in su. Il sarto confezionò anche pesanti abiti di stoffa grigia e giacche imbottite di penne bianche.
La duchessa aveva ben due mantelli di panno di Borgogna, tessuto che serviva da fodera anche per le calzature, e pesanti guanti di lana.
La comitiva viaggiò su imponenti portantine opportunamente modificate per trasportare i pesanti carichi: tabarri, calze, gambali, lunghi mantelli di velluto, di broccato, pellicce di martora ,di ermellino costituivano alcuni dei capi di abbigliamento necessari per affrontare il viaggio in pieno inverno. I marrons scortavano le dame e i principini che procedevano sui muli condotti a mano dai mulattieri.

Se nel Medioevo e in età rinascimentale il viaggio era spesso una necessità per ragioni di stato, matrimoni o incontri diplomatici, dal Settecento la moda del Grand Tour porterà ad attraversare queste montagne viaggiatrici desiderose di godere della bellezza di paesaggi inconsueti e carichi di fascino.
Nel 1770 la scrittrice e poetessa inglese Anna Miller descrive con vivacità le emozioni provate viaggiando su quelle che lei definisce “sedie”: “ La discesa è estremamente ripida per 300 metri.
Nonostante la novità di questo modo di viaggiare , la ripidezza della strada e la velocità con cui scendevo, i miei porteurs correvano quasi per tutta la strada , non mi sono mai sentita tanto spaventata da afferrare i braccioli della sedia , talmente la mia attenzione era concentrata sulla singolarità e la varietà del panorama sottostante”.

Il gusto per l'avventura  e l'ammirazione romantica per il paesaggio accomuna la scrittrice inglese Mery Wortley Montagu e l'irlandese Lady Morgan che annotò nel suo diario di viaggio la discesa verso Ferrera e Novalesa su una strada stretta e tortuosa con precipizi, fiumi impetuosi, cascate e rocce a cui ben si potevano adattare i camosci.
Di turismo al femminile si può parlare a partire dalla seconda metà dell'Ottocento quando, con il miglioramento delle strade e delle ferrovie, sorsero i primi Grand Hotel che riproponevano i comfort delle abitazioni signorili per ospitare nelle località montane i ricchi forestieri.

Anche per le donne la montagna, con la scoperta del termalismo, del climatismo terapeutico e dell'alpinismo divenne uno svago. Naturalmente le regole da rispettare erano più stringenti rispetto a quanto richiesto agli uomini, il galateo non doveva essere infranto. Le donne dovevano indossare gonne a cerchio molto ingombranti che, con la pioggia e la neve diventavano estremamente pesanti ed ingombranti. Completavano l'abbigliamento scarpe sottili, cappelli di seta e gli immancabili ombrellini per ripararsi dal sole! Il tutto rendeva pericoloso il loro cammino perché  gli abiti lunghi si impigliavano  facilmente in arbusti o rocce sporgenti e le calzature risultavano completamente inadatte ai terreni scivolosi e scoscesi.
L'esplorazione, l'avventura, la conoscenza e l'esperienza non appartenevano certamente all'universo femminile. Nonostante ciò molte furono le donne che affrontarono la sfida dell'alpinismo compiendo importanti ascensioni alle vette alpine.

Parlando di viaggi attraverso il Moncenisio da citare, in assoluto, il più curioso. Si trattò di un dono inviato da Ludovico di Savoia-Acaja alla duchessa di Savoia Maria di Borgogna , appassionata di caccia: un leopardo. Erano i primi di novembre del 1418 e, per proteggere l'animale dal freddo, fu confezionato un vestito di panno foderato con sette pellicce cucite insieme e un bel mantello verde di Cannes, entrambi  impreziositi da fini ricami. Il leopardo giunse a destinazione in perfetta salute tanto che Giacomo di Casale, che si era occupato di lui durante il viaggio, ricevette una lauta ricompensa.

Per approfondimenti:
Storie di donne e di montagna,  I Quaderni, Ecomuseo Le Terre al confine, 2024
800 anni di Ferrera Moncenisio 1224 -2024

 Rosalba Franchi,  21 marzo 2026